Teatro Vivo

Bacheca, Cultura No Comments »

Microsoft Word - TeatroVivo.docMicrosoft Word - TeatroVivo.doc

NOVITA’ IN BIBLIOTECA

Cultura No Comments »

Clicca qui per vedere l’elenco delle novità disponibili in biblioteca !!!

L’ORA DEL TE’

Cultura Comments Off

AUTUNNO INVERNO 2009 - 2010: UN NUOVO ESPERIMENTO IN BIBLIOTECA

Biblioteca Comunale

Cultura Comments Off

 ORARIO IN VIGORE DAL 21 settembre 2009 (invernale)

Lunedì                                          dalle 14,00 alle 19,00

 

Martedì                                                CHIUSO

Mercoledì                                    dalle 14,00 alle 19,00

Giovedì                                        dalle 9,00 alle 13,00

Venerdì                                        dalle 14,00 alle 19,00

Sabato     (da ottobre)                  dalle 10,30 alle 12,00   (ore 10.00 letture animate)

 

 

 

 

Aerei Perduti Romagna 1942-1945

Cultura No Comments »

Tratto da “Aerei Perduti - Romagna 1942-1945″ -Enzo Lanconelli - Andrea Raccagni - Fabrizio Raccagni

Società Editrice “Il Ponte Vecchio”

Comune di Solarolo

11 ottobre 1944 - Thunderbolt P47 D

Nell’autunno del 1944 un caccia alleato, dopo il lancio del pilata, precipitò in un campo di granoturco in località Passo Donegallia, presso Casanola: la carlinga si fermò a poca distanza dal fiume senio, mentre le ali proseguirono fin sulla riva dell’Argine. Del relitto esistono alcune bellissime fotografie che il Dott. Arturo Frontali, all’epoca testimone diretto, ci ha gentilmente concesso di pubblicare. Riportiamo in primis la sua testimonianza:

All’epoca avevo 10 anni e abitavo a poca distanza dal luogo dove cadde. Ricordo di aver visto un aereo in picchiata provenire da Imola controsole. Ad un certo punto vidi qualcosa staccarsi dall’aereo, pensavo sganciasse una bomba invece pochi attimi dopo si aprì un paracadute. L’aereo fu colpito da una flak da 20mm stazionata presso casa Tamba. Andai successivamente sul luogo di caduta e vidi l’aereo pressochè intero ed una grande bomba inesplosa senza governale appoggiata alla riva del fiume.

Altre testimonianze raccolte in zona ci parlano anche del pilota che venne immediatamente catturato dai Tedeschi: tremolante ed in stato di shock, fu portato a braccia da due soldati verso il comando di compagnia a Gaiano.

foto1

foto2

Essendo perfettamente riconoscibile nella foto dell’epoca un Thunderbolt con il Serial Number parzialmente leggibile “..2805..” è stato necessario identificare tutti i P-47 D compatibili con tale matricola precipitati nel teatro mediterraneo nell’autunno del 1944. La risposta è stata chiara ed inequivocabile: si trattava del Serial Number 42-28050 pilotato dal 1 st Lt. Victor L. Phelps del 79th FG 87th FS USAAF, decollato da Jesi l’ 11 ottobre 1944 in missione su Imola. Questo il rapporto del 1st. Lt. Philip Bagian:

Volavo in una formazione di 6 cacciabombardieri con missione di attacco ad un ponte stradale presso Imola. La formazione aveva completato il bombardamento quando osservai che l’aereo del Lt. Phelps non aveva sganciato le sue bombe e anzi queste rimasero appese sotto le ali anche dopo due successivi passaggi del pilota. Dopo l’ultimo passaggio notammo che l’elica era ferma e l’aereo aveva iniziato a perdere velocità ed altitudine. Phelps disse via radio che si sarebbe lanciato, fatto questo alle 9,45 atterrò senza danni 4 miglia est di Imola.

E’ quindi confermato sia dalle testimonianze raccolte che dai rapporti ufficiali che 1st. Lt. Phelps giunse illeso a terra, ma subì “solamente” un grosso trauma nel corso del suo abbattimento. Catturato immediatamente terminò la guerra allo Stalag Luft III in Baviera. L’aereo, come è facile intuire anche dalle fotografie, venne interamente smantellato; restano pochi frammenti dove cadde (N 44° 19,579′ E 11° 50,409′).

Giuseppe Sgubbi: Il tragitto terrestre segnalato nel Periplo dello PS-SCILACE

Cultura No Comments »

“Questa sera un amico ci ha donato un po’ della sua passione, del suo cuore e della sua fatica, concedendoci di pubblicare sul nostro sito alcuni dei suoi studi. Grazie Giuseppe”

***

Da quasi vent’anni sostengo (cifr Sgubbi Contributo sul corso antico del Santerno nel territorio solarolese 1983 pag. 23), e più volte ribadito (cifr Sgubbi Il territorio di Solarolo e le sue vicende 1992 pag. 21), idem: Sgubbi (Alla ricerca del tesoro di Spina nel santuario greco di Delfi 2001 pag.11), che l’attuale tracciato della via Lunga, una strada che dalla via Emilia, in corrispondenza della valle del Senio, arriva nei pressi di Spina, abbia le caratteristiche necessarie per poter formulare l’ipotesi che possa corrispondere al tracciato terrestre segnalato nel periplo dello Ps-Scilace.

Vediamo cosa è scritto in detto Periplo: Gli Etruschi con la città greca di Spina, distante 20 stadi dal mare, lungo il fiume Eridano, e distante 3 giorni di cammino da una città Etrusca sul Tirreno.

Tutti gli studiosi concordano che detta strada è la più antica citata dalle fonti, mentre invece al riguardo della individuazione del possibile antico percorso, i pareri non sono concordi.

A parere di alcuni, il tracciato potrebbe corrispondere a: Spina, Ravenna, Faenza, Valle del Lamone, Firenze, Pisa. Per altri invece potrebbe essere: Spina, Bologna, Valle del Reno, Pisa.

Tralasciando la poco credibile affermazione che in soli tre giorni di viaggio fosse possibile percorrere non meno di 200 km, e pur considerando Pisa la città Etrusca del Tirreno, anche se non espressamente citata nel Periplo, vediamo, tenendo conto in particolare della possibile praticabilità dei vari percorsi, a quale tragitto può invece corrispondere.

Poco probabile il percorso Spina, Ravenna, Faenza, Valle del Lamone: a quei tempi, stiamo parlando del IV secolo a.C.) nel tratto Spina - Ravenna, sfociavano vari fiumi romagnoli, perciò ben difficilmente in quel tratto vi era una strada ben praticabile, basti pensare che ancora all’epoca dell’Itinerario Antonini, almeno quattro secoli dopo il periodo che stiamo trattando, un tratto di quel tragitto si faceva solo in barca.

Tragitto Spina, Bologna, Valle del Reno: oggi, pur essendo più lungo, sarebbe un discreto tragitto, ma non a quei tempi, infatti, occorreva attraversare alcuni fiumi e vastissime paludi.

A mio parere, non solo perchè il più corto, ma in quanto l’unico praticabile, era quello che attualmente corrisponde alla via Lunga.

Le ragioni che porto sono queste: ove attualmente è tracciata tale via, vi è da tempi antichissimi una lingua di terreno molto alta (non a caso il Santerno fu costretto a deviare il suo corso a destra verso il Senio, ed il Sillaro non riuscì mai a superare) ebbene tale alta fascia di terreno, esente da alluvioni e sopraelevata rispetto alle paludi, ben presto si prestò ad essere usata come via di comunicazione terrestre.

L’esistenza in loco di un terreno alto ed asciutto anche a quei tempi, ce lo conferma l’archeologia; lungo tale via, per molti km verso la bassa e a pochissima profondità (meno di un metro) vi sono degli abitati Villanoviani e del Bronzo.

Perciò via Longa per quanto riguarda il percorso da Spina fino ai piedi delle colline.

Per attraversare gli Appennini, si poteva scegliere la Valle del Lamone, del Santerno, del Sillaro od altre valli, ma, a mio parere, anche per questo scopo, la più comoda era quella del Senio.

Ho fatto in modo che questa mia ipotesi fosse conosciuta da qualche studioso del “ramo”, ma devo riconoscere che non ha avuto molta “fortuna”, infatti, considerato che nessuno studioso ha ritenuto opportuno pronunciarsi, sifnifica che è stata accolta con un generale scetticismo.

Recentemente ho avuto la possibilità di venire a conoscenza di una delle ragioni che stanno certamente alla base del fatto che la mia ipotesi non è stata presa in alcuna considerazione: uno studioso mi ha rivolto questa domanda: ma perchè lei Sgubbi parla sempre degli Spineti che dovevano dirigersi verso Bologna e mai dei Bolognesi che dovevano dirigersi verso Spina ?

Questa domanda, se ho capito bene, mi permette di conoscere na delle ottiche con cui gli studiosi vivono la vicenda: gli Etruschi arrivano dalla Toscana, fondano “Marzabotto”, Felsina, Mantova e usano Spina come porto dell’Adriatico, perciò non si vede la necessità di un transito lungo la valle del Senio, come pure non si vede la ragione per cui per andare a Spina si debba percorrere un lungo tratto di strada ai piedi delle colline, per prendere poi la via Lunga.

Se questo è il ragionamento fatto dagli studiosi, pur considerandolo logico, mi pare che non tenga conto di un aspetto molto importante: occorrerebbe spiegare la ragione per cui i sassi che si rinvengono a Spina, provengono dalle colline romagnole. Se vi fosse stata una direttrice più breve e più comoda in direzione Bologna, il materiale sassoso sarebbe di provenienza bolognese.

Ribadendo e concludendo: senza alcun dubbio il tragitto “via Longa” formava la direttrice terrestre che più delle altre si inoltrava verso le valli che attorniavano Spina, perciò non si vede la ragione per cui non fosse usata. Si tenga ben presente che nonostante le ricerche non è stata ancora individuata con sicurezza la direttrice usata dai “Bolognesi per andare a Spina”. Questo è un dato di fatto che dovrebbe far riflettere.

La direttrice che io propongo può benissimo essere stata usata in precedenza da popolazioni arrivata in zona in tempi più antichi, (Pelasgi fondatori della prima Spina ? Micenei per andare nel Tirreno ? altri popoli vagamente ricordati dalla saga Argonautica ?) perciò può benissimo essere stata usata anche dagli spineti, come il materiale sassoso dimostra. Questo tragitto poteva essere usato per due scopi diversi: A) per raggiungere Felsina, (via Longa, per uscire dalle zone paludose e poi deviare a destra percorrendo una antica via che potrebbe corrispondere alla Salaria) B) per dirigersi in Toscana (via Longa fino ai piedi delle colline e proseguire lungo la Valle del Senio).

L’ambra tipo “Tirinto” trovata nei pressi di Monte Battaglia (Valle del Senio), il materiale etrusco scoperto in località Monterone (Valle del Senio) e la ceramica Micenea rinvenuta nel versante toscano, dimostrano che tale transappenninica è stata usata ininterrottamente anche nel periodo che va dalla fine del secondo millennio a.C., all’epoca etrusca.

IL PIO OSPEDALE BENNOLI

Cultura No Comments »

(Tratto da “Solarolo le immagini e la memoria” - 1990)

Il canonico Vincenzo Bennoli morendo nel 1832 lasciò tutti i suoi beni per la edificazione di un ospedale per la cura degli infermi. La costruzione fu ultimata nel giro di una ventina d’anni. Maestoso ed imponente, con la sua facciata a tempio, con i suoi androni enormi e i suoi soffitti altissimi, l’ospedale era stato progettato dall’architetto Giovanni Antolini di Castelbolognese. Il primo infermiere si chiamava Antonio Ossani.

img002(Cartolina postale della prima metà del 1900)

Durante il periodo che andiamo illustrando gli infermieri erano due: Celestina Visani e Amedeo Matteucci. La prima era una signorina rotondetta, sorridente e sempre disponibile; il secondo era un uomo apparentemente burbero che svolgeva molte mansioni; era famoso perchè estraeva i denti rapidamente, senza tante storie e senza anestesia alcuna, nonchè per un detto che gli si riferiva e che suonava: “Taia, Medeo” che voleva ricordare probabilmente una sua collaborazione a qualche intervento chirurgico di poco conto. Vi erano poi le suore, premurose e silenzionse, che completavano il personale e si occupavano con grande competenza della cucina dalla quale provenivano solitamente degli odori stuzzicanti. Portavano uno strano copricapo somigliante ad un aquilone.

Tutti erano alle dipendenze del dottor Spagnoli e successivamente del dottor Pianori. L’ospedale così come era gestito, era un’oasi di quiete, di silenzio e di pace, ammesso che vi possa essere pace nel dolore e nella sofferenza. Ha servito per tanti anni i solarolesi e tanti sono coloro che vi furono curati od operati (soprattutto appendiciti e tonsilliti) o che vi nacquero. Il progresso l’ha reso inutile come ospedale ed ora funziona come appendice dell’USL e come centro sociale per anziani.

Madonna col Bambino

Cultura No Comments »

Solarolo, Madonna col bambino

Bassorilievo in marmo attribuita a Desiderio da Settignano. In origine si trovava nella Rocca manfrediana, successivamente murata sopra la ringhiera del Palazzo della Comunità (1665) e infine custodita all’interno del Palazzo Comunale (1860)

Blog by Baldisserri.com
Entries RSS Comments RSS Collegati